martedì 30 giugno 2015

NO AL DIKTAT DELLA TROIKA, SOLIDARIETA' CON IL POPOLO GRECO. COMUNICATO DELLA 4° INTERNAZIONALE








Quarta Internazionale – 29 giugno 2015

L’annuncio da parte di Alexis Tsipras del referendum del prossimo 5 luglio, nel quale si chiederà agli elettori di respingere il progetto di accordo della troika è una buona notizia per il popolo greco e per tutte quelle e tutti quelli che in Europa combattono le politiche di austerità. Noi auspichiamo che il voto «NO» ai diktat europei esca massicciamente dalle urne domenica sera.
I dirigenti dell’Unione europea hanno dimostrato ancora una volta la loro volontà di farsi beffe dei diritti fondamentali del popolo greco tentando di imporre un accordo vergognoso. In più, osano dire che il governo greco ha oltrepassato la linea rossa per avere annunciato una consultazione popolare con un referendum. La sfida dei prossimi giorni in Grecia e in tutta l’Europa è cruciale. Tutte le forze del movimento operaio devono mobilitarsi in solidarietà di fronte all’attacco frontale lanciato contro il popolo greco. Per salvare le loro istituzioni reazionarie e le banche, i dirigenti europei della destra e della socialdemocrazia faranno di tutto per combattere la scelta del No da parte degli elettori greci e per tentare di costringere il governo Tsipras a capitolare o dimettersi.
 
Da sei mesi, gli obiettivi dell’UE e del FMI erano semplici: non potevano accettare che il governo greco non si piegasse alle loro esigenze, che non avesse capitolato applicando alla popolazione greca nuovi tagli sociali, una riforma delle pensioni e un aumento dell’IVA che colpisce i beni di consumo quotidiano e l’energia. Per i dirigenti europei è fuori discussione che un paese sfugga alla politica condotta dai capitalisti, dalle banche e dai governi che impongono alle popolazioni un’austerità illimitata. Per Merkel, Hollande, Lagarde e Junker era importante mostrare agli altri popoli dell’Europa che non c’è una politica alternativa, mostrare anche che, quali che siano le loro scelte elettorali nei loro rispettivi paesi, i diritti democratici si arrestano là dove inizia l’onnipotenza del sistema capitalista. Bisognava dunque fare capire al popolo greco che la scelta maggioritaria di un partito che rifiuta l’austerità può tradursi solo in una sconfitta o una capitolazione e che Tsipras dovrebbe o dimettersi o accettare un accordo vergognoso, al costo di spaccare il suo partito e allearsi con la socialdemocrazia e la destra.
 
Gli elettori greci, votando Syriza il 25 gennaio, hanno chiaramente manifestato il loro rifiuto dell’aumento della miseria e della disoccupazione che li ha colpiti dal 2010.
Un terzo della popolazione, due terzi dei pensionati vivono sotto la soglia di povertà, il 28% dei lavoratori, il 60% dei giovani sono disoccupati. È il risultato delle politiche imposte dai memorandum della troika, è a questa vita insostenibile che la popolazione greca ha voluto porre fine rifiutando i partiti che l’avevano portata a questo disastro.
Per sei mesi Tsipras ha perseguito un obiettivo impossibile: ottenere con l’UE, la BCE, il FMI un accordo che non sia sinonimo di nuove sofferenze per il popolo greco; pagare tutte le scadenze di rimborso del debito senza accrescere le politiche di austerità; rispettare gli impegni presi da Syriza verso gli elettori e quelli presi dai governi precedenti verso la troika. Il 20 febbraio, i dirigenti dell’Eurogruppo hanno creduto di avere vinto la partita quando Tsipras ha accettato un accordo che lo impegnava a nuove misure di austerità, dopo che ha dichiarato che avrebbe onorato tutte le scadenze di pagamento del debito verso la BCE e il FMI. In seguito, il governo greco ha manovrato con decisioni contraddittorie: gli impegni di ritorni al salario minimo di 750 euro e il ripristino dei contratti collettivi sono stati rimandati, la privatizzazione del porto del Pireo proseguita, ma il governo ha riaperto la ERT, la televisione pubblica greca, la cui chiusura sotto il governo Samaras aveva simboleggiato l’umiliazione imposta dalle banche europee e dall’UE. A marzo, il parlamento ha votato una legge contro la crisi umanitaria e un’altra sugli arretrati di pagamento delle imposte. Ma, di fronte alla crescente arroganza dei dirigenti europei, e tenendo conto la pressione popolare e la resistenza degli eletti e dei membri di Syriza, Tsipras non ha accettato le pretese della troika, in particolare la diminuzione delle pensioni e l’aumento dell’IVA.
 
Alla fine non è stato firmato alcun accordo tra  il governo greco e i suoi «creditori». Dopo vari negoziati abortiti, il 5 giugno, per la prima volta, il governo ha rifiutato di onorare la scadenza di pagamento di una rata di 300 milioni di euro al FMI, minacciando di non pagare la totalità delle scadenze di giugno (1,6 miliardi). La fine del mese di giugno era fissata come scadenza per il pagamento al FMI e per ottenere l’ultima rata del piano «di salvataggio», con il versamento dei 7,2 miliardi di euro, bloccata da 9 mesi dalla BCE.
 
Alla fine, Tsipras è stato indotto alla rottura per non accettare la capitolazione totale che Lagarde, Hollande, Merkel e Junker volevano imporgli.
L’annuncio del referendum è uno schiaffo in faccia ai governi e alle istituzioni dell’Unione europea. Nel novembre 2011, Sarkozy, Merkerl e Barroso avevano posto il loro veto al tentativo di Papandreu, il Primo ministro greco di allora, di organizzare un referendum per cercare di ottenere un sostegno politico alla sua capitolazione verso le pretese dell’UE. Oggi i dirigenti europei non hanno alcun mezzo per impedire una consultazione democratica che deve concludersi con un rifiuto dei nuovi diktat della troika.
 
Ora si apre un atto secondo.
In Grecia e in Europa, le forze politiche liberali di destra e di sinistra uniranno le loro forze per far sì che questo referendum non apra un nuovo corso politico in Grecia. Il governo greco era pronto a numerosi compromessi per non sopraggiungere al default e alla rottura. La Troika voleva soprattutto che l’accordo assumesse il significato politico di una capitolazione della Grecia davanti ai suoi creditori. La dinamica dei prossimi giorni può aprire un’altra via, quelle della rottura con le esigenze della Troika, la fine del pagamento del debito, quella dell’impegno radicale in direzione di una politica alternativa, di applicazione del programma grazie al quale Syriza è diventata maggioritaria. Questo, tuttavia, necessiterà di una larga mobilitazione unitaria delle forze del movimento operaio greco al fine di bloccare rapidamente i tentativi di sabotaggio che sono già cominciati. La pressione sul governo e il sistema bancario greco si accentuerà alla vigilia del referendum. Già, in questi ultimi giorni, il direttore della Banca centrale greca, già ministro di Samaras, ha fatto uscire un rapporto allarmistico con il solo obiettivo di accentuare la fuga dei capitali delle banche greche, mentre dal novembre 2014 al marzo 2015, più di 30 miliardi di euro sono già stati ritirati e che il montante complessivo delle grandi fortune, stimate oggi a più di 400 miliardi, è piazzata all’estero. Anche se non parla mai di nazionalizzazione del sistema bancario, il governo ha instaurato il controllo dei capitali.
La commissione d’Audit sul debito greco, incaricata dal Parlamento, ha reso pubblico il suo rapporto il 18 giugno, dimostrando il carattere illegittimo e odioso di questo debito insostenibile, evidenziando che meno del 10% dei prestiti di “salvataggio” sono andati alle spese correnti e che l’essenziale è servita alle banche tedesche e francesi a disimpegnarsi dai loro crediti contratti gli anni precedenti. 49 deputati di Syriza, a seguito di questo rapporto, si sono pronunciati a favore di un dibattito parlamentare per giungere al ripudio di gran parte di questo debito odioso e illegittimo. Nei prossimi giorni la posta in gioco sarà cruciale per la popolazione greca, per tutti quelle e quelli che in Europa subiscono l’austerità.
Dobbiamo costruire in tutta l’Europa un fronte di solidarietà con il popolo greco. Tutti i nostri colpi devono essere diretti contro i dirigenti dell’Unione europea e dei suoi governi che, con un senso acuto degli interessi dei capitalisti, temono che il popolo greco  sconfessi le loro politiche di disprezzo e di austerità, che sia un esempio per tutte le popolazioni lavoratrici dell’Unione europea. Temono anche che questo contesto si traduca in una ripresa della mobilitazione popolare in Grecia che renda ancora più difficili le manovre per ottenere o uno strangolamento del governo Tsipras o il suo rovesciamento. Come i recenti successi di Podemos nello Stato spagnolo, con l’elezione di sindaci anti austerità in molte delle principali città del paese, la situazione greca dimostra che l’esasperazione sociale può trovare in Europa una risposta politica diversa dalle ignobili soluzioni xenofobe e fasciste portate dall’estrema destra europea.
 
Per un NO massiccio alle pretese della troika domenica prossima.
Tutte e tutti al fianco del popolo greco!
 
29 giugno 2015
Segretariato dell’Ufficio esecutivo della IV Internazionale.

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